Lolita, luce della mia vita, fuoco dei miei lombi. Mio peccato, mia anima.

Lo-li-ta: la punta della lingua compie un breve viaggio di tre passi sul palato per andare a bussare, al terzo, contro i denti. Lo. Li. Ta.

Era Lo, null’altro che Lo, al mattino, diritta nella sua statura di un metro e cinquantotto, con un calzino soltanto. Era Lola in pantaloni. Era Dolly a scuola. Era Dolores sulla linea punteggiata dei documenti. Ma nelle mie braccia fu sempre Lolita.

Settembre, 1955. Parigi.

Dalla casa editrice erotica ”Olympia press” viene pubblicato il romanzo Lolita, di Vladmir Nabokov.

Lo scandalo che esso provoca fin da subito prelude l’enorme successo che la creatura più famosa dello scrittore russo è destinato ad avere – un fascino ipnotico, immortale, «un’abbagliante grandezza» (Pietro Citati).

Così grande e luminosa che anche il più attento dei lettori può rischiare di perdersi nell’ombra di un paio di occhiali da sole rossi a forma di cuore, un lecca-lecca alla ciliegia, o un altro ancora degli insidiosi tranelli abilmente ingegnati dal nostro narratore, che hanno ingannato – e continuano tutt’oggi ad ingannare chiunque si imbatta nel suo racconto.

Poster originale per il primo film di Lolita, con Sue Lyon. Lo slogan promozionale fu ”How did they ever make a movie out of Lolita?”, ”Come è possibile che abbiano fatto un film di Lolita?”.

Un nome, un’icona. Sullo stesso dizionario italiano, alla voce lolita, addirittura troverete la definizione che non senza l’influenza del romanzo provocò così tanto successo ed indignazione, al punto da entrare nella cultura di massa.

Eppure, la protagonista delle oltre quattrocento pagine di memorie che Humbert Humbert, il nostro narratore, scrive in carcere attendendo di essere processato per omicidio, non è in realtà Lolita.

A questo punto chiunque, anche coloro che non conoscono la trama, potrebbero trovarsi spaesati – è sempre vero che il romanzo si chiama Lolita, che (nonostante l’esplicita richiesta dell’autore di evitarlo) la maggior parte delle copertine presenta un disegno o un’immagine di una ragazzina ”sessualmente precoce”, perché il sesso vende e ha sempre venduto e ciò che fa scandalo fa successo. Così come allo stesso tempo è anche vero, però, che stiamo parlando di pedofilia, di abuso e di ossessione, che quella che stiamo leggendo è una storia che in molti, ahimè, definiscono «d’amore». Una storia odiata, idealizzata, calpestata e assolutamente immor(t)ale.

Viene spontaneo chiedersi il perché di questo successo così particolare, caratterizzato da quella che è una vera e propria divisione in due – odio, vergogna, scandalo vs amore, orgoglio, sogno.

Dominique Swain, Lolita nella seconda rappresentazione cinematografica del romanzo nel 1997.

Da una parte, abbiamo coloro che si fermano all’aspetto più superficiale dell’opera che è il senso letterale. Un professore quarantenne, a seguito della morte di sua moglie, si trasferisce in New England per potersi dedicare alla scrittura. Qui, incontra e si innamora della figlia della sua padrona di casa, appena dodicenne, che le ricorda Annabelle, il suo primo amore, conosciuto a tredici anni. Perde completamente la testa per la bambina in quella che diventa una vera e propria ossessione che cresce attraverso un viaggio che sa perennemente d’estate e che termina soltanto con la fuga della piccola.

Forse la ragione per cui così tante persone trovano che la storia sia priva di significato è che sotto i riflettori viene posto il personaggio sbagliato. Il lettore non dovrebbe essere affascinato da Humbert – o meglio, una volta appurato che si tratta di un narratore inaffidabile, bugiardo, manipolatore, è naturale cercare la verità, la risposta agli interrogativi posti dalle sue menzogne attraverso altri occhi. Occhi che non sono quelli di Lolita: Lolita non esiste realmente.

Lolita

Lolita è un’idealizzazione, Lolita è una ossessione. Lolita potrebbe essere un’altra, provocativa, menzogna di Humbert – l’oggettificazione dell’altro personaggio reale del racconto: Dolores Haze. La fredda realizzazione sveglia il lettore dalla trance in cui le belle parole e la prosa perfetta di Humbert lo hanno messo, a tal punto che sembra quasi un controsenso che sia messo in evidenza che l’oggetto di ossessione, di lussuria, di desiderio e, forse, solo e soltanto alla fine, come lui stesso realizza nel vedere la sua Lo diciassettenne e incinta di un altro uomo, l’amore (La guardai. La guardai. Ed ebbi la consapevolezza, chiara come quella di dover morire, di amarla più di qualsiasi cosa avessi mai visto o potuto immaginare. Di lei restava soltanto l’eco di foglie morte della ninfetta che avevo conosciuto. Ma io l’amavo, questa Lolita pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro. Poteva anche sbiadire e avvizzire, non mi importava. Anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del suo caro viso.) non sono per Dolores, ma per Lolita.

Humbert amava Lolita e non Dolores, eppure la storia reale rimane quella di Lo. Una volta giunti a questa conclusione, la storia diventa molto più triste – bella, potente, ma infinitamente triste.

Humbert e Dolores, interpretati da Jeremy Irons e Dominique Swain, 1997.

Inoltre, non sono poche le persone che idealizzano questa ”relazione”, le ragazze che si chiamano ”ninfette”, che addirittura sognano di avere un proprio Humber Humbert. D’altra parte sono molte le similitudini, le belle parole con cui Humbert descrive e adorna Lolita. Il gradino dopo il senso letterale è infatti occupato da coloro che cadono nel tranello del nostro narratore. La lingua è una spada tagliente e alla fine anche noi ci troviamo a vedere Lolita come oggetto di desiderio, a giustificare Humbert, o a voler ricevere quelle attenzioni. Più volte la poesia che le dedica sembra celare sentimenti di vero amore, ed è forse questo ciò che genera desiderio.

Ma la verità è che la citazione che più descrive l’essenza, la vera natura, l’unica verità della realtà vissuta da Lo rimane questa:

….and her sobs in the night – every night, every night – the moment I feigned sleep.

«Oggi mi sorprendo a pensare che il nostro lungo viaggio abbia solo sfregiato con una linea di fango la magnifica, enorme terra che per noi era solo un insieme di cartine con le orecchie, guide strampalate, pneumatici consunti e i suoi singhiozzi nella notte – ogni notte. – appena io fingevo il sonno

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