Vittorio Alfieri double face. Prima, saltò di gioia sulle rovine il giorno della presa della Bastiglia, 14 luglio 1789. Quell’evento – che segnò l’inizio della Rivoluzione francese – entusiasmò il drammaturgo e poeta astigiano a tal punto che, in commosso omaggio a quell’ora di libertà a lungo bramata, scrisse di getto l’ode “A Parigi sbastigliata”. Dopo, quel travolgente entusiasmo si affievolì e già nel settembre dello stesso anno si affrettò a tornare in Italia. Fu infatti la violenza, efferata e soverchiante, della Rivoluzione a provocare nell’animo di Alfieri una trasformazione radicale del sua filosofia morale e delle sue passioni umane. Per prendere le distanze da idee estremiste e dai conseguenti fatti sanguinari, lo scrittore – soprannominato “il conte repubblicano” per la sua avversione alla monarchia pur essendo egli un aristocratico – di opera ne compose un’altra, in versi e in prosa (“Il Misogallo”), questa volta per lanciare velenosi strali contro la Francia e il suo popolo. Nello stigmatizzare gli eccessi della Rivoluzione da lui definita “servile Licenza”, Alfieri puntò il dito contro i paladini di quell’evento, Marat, Danton, Robespierre. E pensare che da giovane, per dare peso al suo bagaglio culturale, aveva attinto – legato alla sedia del suo tavolo di lavoro per rimanere concentrato e non farsi irretire da nocive distrazioni – al sapere di Montesquieu, Rousseau, Diderot e D’Alambert. Ma il razionalismo degli illuministi finì per stridere con la spiritualità di Alfieri che, al contempo, si era abbeverato alle fonti di un altro sapere, quello di Plutarco, di Tacito e di Platone. E quando ebbe l’occasione di conoscere di persona Rousseau, suo precedente modello, preferì defilarsi: con questo gesto plateale Alfieri divorziava dall’ideologia, un tempo da lui sposata, dei Lumi.

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