Fu capace di coniugare l’accuratezza dell’arte dorica e la grazia dell’arte ionica: in virtù di questo talento il pittore greco Apelle (vissuto nel IV secolo avanti Cristo) era tenuto in somma considerazione dai contemporanei: gli elogi più alti li tessè, successivamente, Plinio il Vecchio che nella “Naturalis historia” dichiara che prima di lui non c’erano mai stati pittori della stessa levatura e profetizza, al contempo, che non ce ne saranno anche dopo di lui.

Apelle, pur consapevole della sua inarrivabile bravura, si sentiva insicuro ed era perciò molto sensibile al giudizio altrui. E presumendo che se avesse personalmente e apertamente sollecitato pareri riguardo ai suoi dipinti, avrebbe sempre ricevuto una valutazione lusinghiera in virtù dell’autorità di cui godeva e che nessuno intendeva, per paura di ritorsioni, contestare, il pittore escogitò uno stratagemma per avere giudizi sinceri e imparziali. Prese quindi l’abitudine di collocare i suoi lavori all’entrata della propria bottega e di nascondersi poi vicino, in modo da carpire le spontanee osservazioni dei passanti. Quando un ciabattino, parlando con se stesso ad alta voce, lamentò alcuni errori nella forma di una calzatura, Apelle corresse il dipinto quella stessa notte. La mattina seguente il ciabattino, ripassando davanti alla bottega, notò i cambiamenti apportati e, gonfio di orgoglio per gli effetti prodotti dalla sua valutazione, cominciò a criticare anche il modo in cui Apelle aveva dipinto il piede. Emerso dal suo nascondiglio, Apelle, senza indugio e indispettito, apostrofò l’uomo dichiarando “Sutor, ne ultra crepidam” (Ciabattino, non andare oltre le scarpe). Un monito, quello di Apelle, valido ancora oggi, anzitutto per coloro – e sono tanti – che contestano e violano, loro incompetenti, le competenze altrui.

Sebastiano Ricci, Apelle che ritrae Pancaspe, olio su tela, 1700-1704 circa

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