Bisogna indagare sulla vittima per scoprire il suo assassino, sentenziava Hercule Poirot nell’indicare l’essenza della sua strategia, la stessa di Charles Baudelaire il quale dichiarava che occorre esaminare il suo pubblico per “conoscere la vera misura di un artista”. Il poeta francese introdusse un metodo nuovo nella critica d’arte: prima di concentrarsi su una tela è dovere del recensore ghermire la motivazione che l’ha determinata. E la motivazione nasce sempre dallo spettatore cui ci si rivolge. Per corroborare la sua tesi Baudelaire citava Diderot cui una volta raccomandarono un pittore povero che dipingeva per poter sfamare la famiglia. Viste le opere dell’indigente e sedicente artista il filosofo cinicamente affermò: “Bisogna abolire o i quadri o la famiglia”. Il pittore favorito di Baudelaire era Delacroix il quale, non a caso – rilevava l’autore dei “Fiori del male”- aveva dalla sua un pubblico eletto, formato da pittori e poeti. Mentre Ary Schefer, poco conosciuto a suo tempo e sconosciuto ora, si rivolgeva a un pubblico di “casalinghe” che uscivano di casa, immancabilmente accompagnate dal marito, per visitare qualche mostra e “distrarsi un po’”, ironizzava Baudelaire, le cui recensioni, in occasione soprattutto dei Salons, sono sempre attraversate da una vena geniale, innervata di contrappunti e suggestioni. Nell’esprimere apprezzamento per quegli artisti che conferivano di proposito ai propri quadri un’aura inespressa e indefinita, sottraendoli così a una banale dimensione cronachistica e didascalica, Baudelaire scriveva:“Non amo le cose finite perché c’è un abisso tra un pezzo fatto e un pezzo finito. In generale ciò che è fatto in tutto non è finito del tutto. Una cosa molto finita può non essere per nulla fatta. Di conseguenza – concludeva – il valore di un tocco spirituale, e ben piazzato, è enorme”. E a chi osò contestare alla pittura del suo amato Delacroix alcuni “difetti”, Baudelaire – nel riconoscerli e nell’ammettere che risultavano talora evidenti anche all’occhio meno esercitato – replicò: “È noto che i grandi geni non si sbagliano mai a metà”.

G. Courbet, Portrait of Charles Baudelaire, 1848-49, olio su tela, Musée Fabre, Montpellier, Francia

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