Sin da adolescente Baudelaire era consapevole di “non essere uno qualunque”: di conseguenza esortava se stesso a non sforzarsi di integrarsi nella massa. Sarebbe stata una fatica inutile e controproducente per un uomo di genio nato per distinguersi proprio da quella massa. Tuttavia su tale incolmabile divario si misura la cronica e contraddittoria insoddisfazione del poeta, il quale più cercava e celebrava la solitudine, più avvertiva l’amarezza che scaturisce dal distacco, doloroso e polemico, dalla società. Aveva ben visto Sartre quando dichiarava che Baudelaire reclamava di essere diverso, ma diverso in mezzo agli altri. Una sentenza, questa, che riecheggia una massima di Oscar Wilde: “C’è solo una cosa peggiore del fatto che si parli di voi. Che non si parli di voi”. Si assiste allora a una sorta di cortocircuito che in modo esemplare si specchia nella volontà di Baudelaire di ispirare “il disgusto e l’orrore universali” per poter poi “conquistare la solitudine”. Insomma il mondo, da lui biasimato e osteggiato, deve accorgersi di lui e deve sapere che è solo. Non c’è grandezza autentica se non viene riconosciuta e suggellata almeno da un testimone: se poi tale testimone è il mondo intero, meglio ancora. E la solitudine che avvelena e fa soffrire il poeta la sperimentò, a detrimento della sua acutissima sensibilità, quando l’amico Sainte-Beuve, da lui sempre venerato, dapprima non si pronunciò sul suo capolavoro, “I Fiori del male”, poi li recensì con freddo e spartano raziocinio, bandendo, cinicamente, ogni elogio. Una clamorosa miopia che fu sferzata da Proust, il quale, nel saggio intitolato proprio “Contro Sainte-Beuve”, scrive “Quando si è passata la propria vita a fare complimenti a tanti scrittori senza talento, come si può passare sotto silenzio un capolavoro come “I Fiori del male”? Aveva dunque ragione Flaubert che, in “Madame Bovary”, ammonisce: “Non bisogna toccare gli idoli, la doratura può restarci incollata alle dita”.

Immagine di copertina: ritratto fotografico di Charles Baudelaire di Étienne Carjat, 1862 circa. Fonte: Wikimedia Commons.
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