Ciò che conta non è la sostanza, ma la forma. Era questo il dogma venerato, con pervicace ostinazione, da Gustave Flaubert. Il culto dello stile linguistico venne a configurarsi, nella narrativa dello scrittore francese, come un’ossessione: impiegava, di regola, un mese per scrivere tre righe. Trascorreva notti intere a sfrondare ogni pagina del superfluo (a cominciare dai pronomi relativi), fino a raggiungere, in virtù di questo certosino labor limae, l’espressione perfetta. Mentre era impegnato a scrivere “Madame Bovary” (per completare il romanzo ci vollero cinquantasei mesi) aveva imposto alla servitù, per non essere disturbato, di camminare in punta di piedi, nonché di trattenere il respiro quando passava davanti alla sua stanza, la cui porta, ovviamente, era chiusa a chiave. Flaubert si definiva, con ostentato orgoglio “uomo di penna”, e consapevole che la sua esistenza era grigia e piatta, delegava ai protagonisti delle sue opere il compito di vivere tragedie e commedie: a patto, però, che il rispetto per ogni singola parola non venisse violato dal burrascoso turbinare degli avvenimenti. Successivamente, sarebbe stato Oscar Wilde a farsi propugnatore di tale credo: amava infatti dichiarare che per amore di una frase ben tornita “avrebbe volentieri buttato la verosimiglianza dalla finestra”. La pensava diversamente Stendhal, convinto assertore della forza dell’ispirazione, la quale, nel seguire il suo impetuoso corso, è titolata a infrangere le convenzioni stilistiche: scrisse di getto “La certosa di Parma” in soli cinquantadue giorni, dopo essersi chiuso in una stanza di Parigi. Alla servitù non impose alcuna restrizione. Una copia del romanzo fu inviata a Balzac per una valutazione: l’autore delle “Illusioni perdute” elogiò l’intreccio ma biasimò la forma, giudicandola “oltremodo sciatta”. Ma Stendhal, pur nutrendo grande rispetto per l’autorità di Balzac, non seguì il suo consiglio, perché irremovibile nell’anteporre la sostanza alla forma. E quando più di un critico gli fece notare che nella stessa pagina del romanzo spesso ricorrevano parole uguali che potevano essere sostituite da sinonimi in favore di un periodare più ricco e articolato, Stendhal replicò che non esistono sinonimi e che ogni parola ha una sua esclusiva dignità: sottolineò quindi che se avesse riletto “La certosa di Parma” prima di darla alle stampe, molto probabilmente nelle stesse pagine “incriminate” avrebbe aggiunto altre “parole uguali”.

In copertina: Pierre-Auguste Renoir “Bal au moulin de la Galette” (1876). Fonte: Wikimedia Commons
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