Non si battè solo per l’unità d’Italia, e degli italiani, ma si prodigò anche per gli animali: Giuseppe Garibaldi abbracciò tale causa con totale dedizione, tanto da fondare, a Torino, la prima società per la protezione degli animali.

L’eco del suo impegno giunse anche oltre Manica: da Anna Winter, contessa di Sutherland, l’”eroe dei due mondi” ricevette la proposta di unirsi a un movimento animalista internazionale. Nella seconda metà dell’Ottocento, infatti, nell’Inghilterra vittoriana erano nate le prime associazioni a difesa degli animali. In questo scenario spicca, non a caso, la sua predilezione per Marsala, una cavalla bianca donatagli dai siciliani per affrontare la faticosa risalita fino a Teano: le voleva talmente bene che quando morì, Garibaldi fece realizzare, per perpetuarne la memoria, una tomba con tanto di lapide ed epitaffio.

A Caprera il generale aveva proibito la caccia agli uccellini e mal tollerava quella a cinghiali, lepri e conigli. In un suo scritto confessava che gli faceva male al cuore “il solo vedere un uccellino con la zampa spezzata”. Un amore, quello per gli animali, che derivava anche dalle assidue letture delle opere di Rousseau, in cui si celebravano le meraviglie della natura nelle sue diverse espressioni. Sul letto di morte, da dove poteva vedere il mare, Garibaldi – è il 2 giugno 1882 – notò due capinere che si erano poggiate sul davanzale della finestra. Con un filo di voce, disse agli astanti: “Lasciatele stare, sono le anime delle mie due bambine che vengono a salutarmi prima che muoio”. Le due bambine erano Rosa, la mamma, scomparsa nel 1852, e Anita, la devota e carismatica moglie, morta – incinta, tra le sue braccia – nel 1849, a Mandriole di Ravenna, mentre era inseguito dagli eserciti di Francia, Austria, Spagna e del regno delle Due Sicilie.

Illustrazione di ©Elisa2B