Denunciava, amareggiato e lamentoso, che Hollywood – specchio della società statunitense – era diventata una sentina di vizi e corruzione. Laddove prima c’era vivacità e calore umano, ora c’è apatia e indifferenza. Negli ultimi anni della sua vita Francis Scott Fitzgerald, con lo sguardo rivolto al passato, pianse con mal domata nostalgia sulle ceneri dell’età da lui celebrata nelle opere che lo consegnarono alla fama letteraria: era l’età del jazz (come recita il titolo dei suoi racconti), ovvero quegli anni Venti che videro negli Stati Uniti un ribollire di entusiasmo e di spumeggiante brio, reazione alle macerie causate dalla Prima Guerra Mondiale. Quell’epoca era irrimediabilmente tramontata.

Quando un giorno – insieme con una donna conosciuta da poco e desiderosa di leggere “bei romanzi” – si recò in una libreria e chiese che gli fossero mostrate, per poi acquistarle, le opere di Fitzgerald, l’impiegato, non riconoscendolo, rispose candidamente: ”Non ne abbiamo nemmeno una”. Deluso ma non scoraggiato lo scrittore statunitense si diresse in altre librerie, ponendo – mai riconosciuto – la stessa domanda e ricevendo sempre la stessa risposta. Fino a quando, avvilito e mortificato, palesò la sua identità . “Pensavo che fosse morto da qualche anno, insieme alla sua era” affermò, scioccato, l’impiegato. In realtà la sua era lo aveva preceduto. Fitzgerald sarebbe scomparso qualche mese dopo: una fine che significativamente s’identifica con quella del protagonista del suo ultimo romanzo, rimasto incompiuto, “Gli ultimi fuochi”, Monroe Stahr, cui lo scrittore aveva riservato una sorta di epitaffio: “Suddenly outdated, he dies” (Improvvisamente sorpassato e fuori moda, muore). Epitaffio che si addice perfettamente anche a Fitzgerald. I posteri gli avrebbero reso giustizia.