Conosciuto e celebrato come scrittore e giornalista, Dino Buzzati, in realtà, si sentiva anzitutto un pittore. E non a caso alcuni brani delle sue opere, anzitutto il capolavoro “Il deserto dei Tartari”, si identificano con quadri entro cui si muovono – in armonia o in contrapposizione – personaggi e paesaggio. Non fu da lui vissuto con serenità questo intrigante dualismo e la critica, spesso miope e caustica, finì per non apprezzare nella giusta misura la sua narrativa “fantastica” (insigni colleghi su questo versante furono Italo Calvino e Tommaso Landolfi), dando luogo a una sorta di equivoco cui lo scrittore faticò a sottrarsi. “Il fatto è questo – dichiarò -. Io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista. Ma dipingere e scrivere per me sono in fondo la stessa cosa. Che dipinga o che scriva, io perseguo il medesimo scopo, che è quello di raccontare delle storie”. Alcuni critici, o presunti tali, arrivarono a definirlo un “pennivendolo” o un “cantastorie”: Buzzati pagava dunque il prezzo di essere il giornalista-scrittore che era passato dalla parte degli artisti e che, osando sfidare consolidate convenzioni, aveva avuto l’ardire di trasferire sulla carta i colori della tavolozza, convogliandoli nell’inchiostro di china. Nel mondo “candidamente stralunato” (come lo definiva l’amico e collega Indro Montanelli) di Buzzati, pittura e scrittura, in verità, erano composte in felice sintesi. Così, quando si legge un passo de “Il segreto del Bosco Vecchio” si ha la netta impressione di contemplare un quadro in cui la natura svolge un ruolo dominante; e quando ci si concentra sulla tela “Piazza del Duomo di Milano” si avverte il fascinoso intreccio di una prosa narrativa in cui vengono a fondersi in un’unica realtà la struttura architettonica dell’edificio di culto e la maestosa e solenne presenza di montagne, echeggianti l’ineffabile aura delle Dolomiti.

© riproduzione riservata