Hercule Poirot si vantava di non perdere mai la pazienza. Chiosando, però, che quando la perdeva, “non faceva prigionieri”, piegando la resistenza, anche la più tenace, dell’interlocutore, o meglio del sospettato, più ottuso e più ostinato. E per corroborare questo tratto caratteriale, il celeberrimo investigatore, nato dalla penna di Agatha Christie, citava, in merito, una frase di Shakespeare: “Guardati dall’ira dei miti”.

Nelle lettere inviate dalla regina del giallo al principale editore delle sue opere, Billy Collins, si constata che quell’ira – la quale riecheggia non solo il cigno di Stratford-on Avon, ma anche il Pelide Achille di omerica memoria – figura nel repertorio caratteriale della stessa Agatha Christie, che pure aveva fama di donna tranquilla e posata. Quasi mai la scrittrice era d’accordo con le copertine che l’editore sceglieva per i suoi gialli. “Dash it all!” (“Diamine”!) scrisse in un’accalorata missiva quando vide la “cover” di uno dei suoi capolavori, “The Murder of Roger Ackroyd”, che l’avrebbe in seguito consacrata nell’empireo dei grandi della “crime novel”, accanto a sir Arthur Conan Doyle e a Raymond Chandler. Sulla copertina, infatti, era mal disegnato un telefono (nell’ingegnosa e avvincente trama è in realtà un dittafono a svolgere un ruolo chiave) e l’autrice, sentendosi come vituperata e tradita, sentenziò in una lettera al vetriolo che sarebbe stato meglio stampare il libro senza la veste editoriale, cominciando direttamente dalla prima pagina.

Illustrazione di ©Elisa2B