Era il riso sardonico di Vladimir Nabokov a intimorire i critici che si accingevano a recensire le sue opere. Chiuso nel suo patrizio e sdegnoso isolamento, lo scrittore russo naturalizzato statunitense era così sicuro di sé, del suo talento e del valore dei suoi libri che non leggeva mai i giudizi espressi su di lui: accondiscendeva, nella migliore delle ipotesi, a farseli leggere. Usava dire: “La cosa che più mi piace di me stesso è che non mi sono mai lasciato intimorire dalla scemenza e dalla virulenza di un critico”. Il collega canadese Saul Bellow lo definì “lo scrittore più scostante del ventesimo secolo”. Ma c’è chi sfidò quel riso sardonico capace di segnare un solco netto fra Nabokov e la repubblica delle lettere. Lo scrittore statunitense Philip Roth, suo allievo, stroncò “Lolita” perché intessuto di “stupide barzellette”, mentre il critico Enzo Siciliano, pur riconoscendone la grandezza, invitava a non eccedere nel lodare le sue opere popolate da “troppe farfalle” e da “troppi scacchi”, con preciso riferimento alla sua passione per l’entomologia e per quel gioco d’ingegno: passioni che talora entravano a forza nei suoi libri rischiando – in quanto elemento imposto alla struttura narrativa – di inficiarne il valore. Anche le sue celebri lezioni di letteratura riflettono una posizione anticonformista e insofferente dei luoghi comuni. Nabokov fustigò la concezione classica che professava il connubio tra arte e vita cementato dalla verità. La letteratura – sosteneva – non è nata il giorno in cui un ragazzo, inseguito da un lupo, ha gridato “al lupo, al lupo!”, ma il giorno in cui, correndo, ha gridato “al lupo, al lupo!” senza averlo alle calcagna. Insomma, la magia dell’arte sta, per Nabokov, nell’ombra del lupo che il ragazzo ha volutamente inventato.

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