Ogni anno un milione e mezzo di turisti fanno la coda per entrare nel museo, ad Amsterdam, dedicato a Vincent van Gogh. Nel 1990 il suo “Ritratto del dottor Gachet” fu battuto all’asta da Christie’s per la vertiginosa cifra di 82,5 milioni di dollari. Da morto, il pittore olandese è stato il fulcro di innumerevoli mostre, il beniamino di recensioni altamente elogiative, il riferimento imprescindibile di ogni dibattito sull’arte. Da vivo, invece, tanta reverenza e tanta attenzione gli furono lesinate. Dei suoi novecento quadri riuscì a venderne solo uno, “La vigna rossa” (1888), acquistata per quattrocento franchi dalla pittrice impressionista e mecenate Anna Boch. L’acquisto avvenne pochi mesi prima del suicidio, a 37 anni, del pittore.

Sembra (non è stato mai accertato ufficialmente) che van Gogh fosse riuscito, da vivo, a vendere un’altra tela – ovvero il ritratto di un amico – comprata dallo stesso per l’irrisoria cifra di quindici franchi. Per i contemporanei, critica e pubblico, le opere del genio olandese risultavano indigeste perché percepite come tetre e lugubri, in scomoda antitesi con la brillantezza e la freschezza che invece innervava le tele degli impressionisti. Se non fosse stato per i parenti, molti dei suoi quadri sarebbero finiti tra le fiamme e in cenere, visto che il pittore, relegato ai margini dalla repubblica delle lettere e delle arti, aveva deciso di distruggere ciò che aveva creato. E considerando che solo qualche anno dopo il suo suicidio cominciò ad affermarsi un’arte meno convenzionale e protocollare e più ribelle e audace – si pensi al fauvismo e al suo “selvaggio” uso del colore in funzione antinaturalistica – più di un critico ebbe a dichiarare, con inquieto rammarico, che se van Gogh avesse continuato a vivere i suoi quadri non solo sarebbero stati venduti, ma sarebbero andati esauriti “nello spazio di un mattino”.

Vincent van Gogh, La vigna rossa (1888), olio su tela, Museo Puškin delle belle arti, Mosca