“Solo un grande lettore potrà un giorno diventare un grande scrittore” dichiarava senza ambagi William Faulkner. Anche la penna di genio ha bisogno di imparare, attingendo a piene mani e senza scrupoli ai tesori del sapere di chi lo ha preceduto o che è a lui contemporaneo. Così fece Virginia Woolf, divoratrice di libri. Non leggeva mai, o quasi mai, seduta perché – affermava – non voleva assumere l’affettata e sussiegosa posa accademica tipica degli intellettuali da strapazzo. Leggeva quindi in piedi, camminando, o sdraiata. E penna in mano, sottolineava i passaggi, a suo avviso, più belli di un romanzo, e i versi più riusciti di una poesia. Le sue letture si concentravano in particolare sui classici, da Tolstoj a Austen, da Montaigne a Eliot, da Forster a Conrad, riguardo ai quali ha poi scritto saggi illuminanti. E come ogni buon lettore, arrivò anche lei a chiedersi quale fosse il suo autore preferito: vista la lista dei partecipanti, era una bella lotta! Come confessa ella stessa nei “Diari”, il suo primo “mito” fu Tolstoj, delle cui opere celebrava il “respiro epico”, poi la sua predilezione investì Dostoevskji, “insuperabile” nel sondare i recessi più remoti dell’animo umano. E mentre si trovava “felicemente risucchiata” nel vortice della “Recerche”, fu conquistata dalla magia descrittiva di Dickens, tanto che – arrivata a pagina cinquecento del capolavoro di Proust – chiuse il tomo per dedicarsi esclusivamente a “Grandi speranze” e al “Circolo Pickwick”. Non si è mai saputo – con grave cruccio anzitutto dei suoi biografi più certosini – se Virginia Woolf abbia mai terminato la “Recerche”. Sicuramente lesse fino all’ultima pagina l’”Ulisse” di Joyce, stroncato in quanto “opera noiosa e irritante di un nauseabondo studente universitario che si gratta i brufoli”.

Il manoscritto dell'”Ulisse” di James Joyce (1922)