Non sono trascorse nemmeno 48 ore dal suo rientro sul suolo natio, meno di una settimana dalla sua liberazione dopo 18 mesi di sequestro: eppure, sono stati sufficienti pochi minuti di riprese televisive del suo arrivo all’aeroporto di Roma-Ciampino, una manciata di indiscrezioni trapelate qua e là e qualche breve dichiarazione che lei stessa ha rilasciato a proposito della sua conversione all’Islam per far sì che su Silvia Romano, cooperante milanese rapita in Kenya nel novembre 2018, si riversasse un fiume imponente di odio online

Un volume spaventoso di commenti crudeli, pretestuosi e sostanzialmente inutili si era già manifestato nel momento in cui, sabato scorso, il Premier Giuseppe Conte aveva annunciato il suo rilascio e l’imminente rientro in Italia: alimentati da alcuni titoli giornalistici che paiono a dir poco indegni e qualche dichiarazione ambigua da parte di una certa politica, gli odiatori digitali si sono letteralmente scatenati nelle ultime ore, mossi da un desiderio quasi perverso di umiliare a colpi di tastiera la giovane donna. Da un certo punto di vista, c’era da aspettarselo: in realtà, il rapimento di Silvia Romano è stato sin dal principio oggetto di polemiche da parte di chi considera la cooperazione internazionale come una specie di moda da buonisti, un vezzo da sinistroidi radical chic che espone a rischi ben più grandi rispetto ai presunti vantaggi. Ma c’è qualcosa di più profondo da analizzare perché questa vicenda è come una cartina di tornasole che molto può dirci di quello che, ormai da tempo, sta succedendo in questa nostra Italia potentemente influenzata da sovranismi e nuovi nazionalismi.

Fonte immagine: pagina Facebook. “Odiare ti costa”.

Silvia Romano è il bersaglio perfetto per un certo tipo di mentalità comune e lo è per almeno cinque ragioni: è giovane, è donna, è particolarmente sensibile alle sofferenze di quella parte di umanità che molti considerano inferiore – per cultura, per abitudini, per credo religioso, per quello che vi pare, tanto il risultato non cambia di una virgola – è anticonformista e, da oggi, è pure musulmana. Romano, senza volerlo, condensa in sé tutte le caratteristiche intollerabili per un certo tipo di mentalità retrograda, conservatrice, ipocrita e sostanzialmente razzista, una mentalità che qualcuno credeva minoritaria, in via di estinzione ma che invece, a quanto pare, è ancora piuttosto viva e vegeta. Per coloro che, forse senza neanche rendersene conto, manifestano tale mentalità considerandola come l’unica immaginabile, non è servito neanche un rapimento di 18 mesi a redarguirla, anzi, citando testualmente: “abbiamo liberato un’islamica”. 

Le prime pagine di due testate giornalistiche italiane, finanziate da fondi pubblici per svariati milioni di euro l’anno. Fonte immagine: TPI.

La ramanzina sui pericoli che si corrono ad andare da sola nel bosco – anzi nella giungla- non gliela si sarebbe di certo risparmiata in ogni caso: ma se Silvia Romano fosse scesa da quell’aereo indossando abiti occidentali e mostrandosi deperita, affranta, addolorata, magari anche un po’ piagnucolante davanti allo stuolo di obiettivi e telecamere che documentavano il suo arrivo a milioni di italiani trepidanti, probabilmente ci si sarebbe fermati alla ramanzina, appunto. Monellina, peperina, birbantella non farlo più: se proprio vuoi aiutare il prossimo, dai una mano alla nonna che deve attraversare la strada di quartiere, vai a fare volontariato in qualche canile o alla peggio, se proprio senti questo bisogno di estrema solidarietà umana, dedicati ai barboni, ai drogati, alle prostitute, possibilmente di nazionalità italiana. Ma basta Africa, per carità. 

La guastafeste insolente, invece, non solo torna in patria sfoggiando un meraviglioso sorriso che si percepisce con o senza la mascherina anti-Covid ma indossa anche un jilbab e conferma, poche ore dopo, di essersi convertita al credo dei terroristi, degli “infedeli”, dei suoi stessi rapitori: da quell’aereo scende Aisha, e non la Silvia che ci aspettavamo, e la cosa spiazza tutti. La giovane donna non si piega al “sono come tu mi vuoi” nemmeno questa volta, nemmeno dopo un’esperienza devastante e traumatica come un rapimento di oltre 500 giorni, nemmeno dopo aver rischiato di morire praticamente in ogni momento di ogni singolo giorno di prigionia. E, senza volerlo, conferma il pregiudizio che già pendeva come una scure su di lei: non si è pentita affatto di essere andata in Africa a fare la volontaria, non ha “capito la lezione”, non si è minimamente conformata ad un certo modello prestabilito di brava ragazza al 100% italiana. Ecco allora che quella stessa mentalità marcia e retrograda, razzista e sessista fino al midollo, si manifesta in modo ancora più violento e becero. Qualcuno prova a spezzare una lancia, per così dire, in suo favore, a mostrare una parvenza di comprensione e di tolleranza: anche in questo caso, tuttavia, permane di fondo l’idea che bastino pochi minuti di diretta tv, una manciata di brevi dichiarazioni e qualche indiscrezione non ben autenticata per tirare definitivamente le somme su una vicenda umana, personalissima di cui, in pratica, si sa davvero poco per non dire nulla, sentendosi autorizzati a spargere commenti sui social come se il tema fosse l’ultima puntata di Homeland.

Conversione forzata? Sindrome di Stoccolma? Può darsi ma semmai potranno dirlo solo gli esperti e, attenzione, non basta avere una laurea in psicologia e/o essere terapeuti accreditati: perché affermazioni del genere, che sono in buona sostanza delle diagnosi, le potranno fare solo e soltanto coloro che avranno tempo e modo di valutare la condizione psichica di Romano. Senza contare il fatto che, indipendentemente dalle cause, l’adesione ad un credo religioso resta sempre e comunque una sacrosanta – è proprio il caso di dirlo- questione privata.

Tempo e modo, sospensione del giudizio e attesa, osservazione e riflessione: elementi che, almeno in teoria, avremmo dovuto imparare proprio dalla situazione attuale legata al Covid-19 e all’isolamento domiciliare.

Già, in due mesi di quarantena, forse, avremmo potuto migliorare almeno un po’ la nostra capacità critica; avremmo potuto sviluppare, sia pure ad un livello minimo, l’opportunità di trattenerci dall’esprimere giudizi affrettati e conclusioni azzardate. Avremmo dovuto capire, insomma, cosa è meglio fare quando non sappiamo esattamente di cosa stiamo parlando, quando i dati a nostra disposizione sono scarsi e incerti, quando tutto quello che abbiamo in mano è costituito da poche, pochissime informazioni. Avremmo dovuto imparare che in casi di questo genere la cosa migliore da fare è, tutto sommato, semplice.

Silenzio, avremmo dovuto imparare a fare silenzio.

In copertina: Silvia Aisha Romano al suo arrivo all’aeroporto di Roma Ciampino. Fonte: www.105.net.
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