Spesso i sogni in cui crediamo non si avverano o, comunque, l’essere umano non è sempre in grado di farli avverare: “Amido” di e con Ali Bhatti, in scena al Teatro Studio Uno di Roma fino al 26 gennaio, invece, ci insegna a non arrenderci, a non gettare la spugna quando il treno della vita sembra essere troppo lontano per raggiungerlo, saltarci sopra e cominciare il sogno di cui eravamo tanto convinti. È proprio il coraggio, infatti, a smuovere le acque di “Amido”, un monologo intenso e riflessivo che non siamo ancora pronti ad ascoltare.

Se la scena si presenta come una sorta di gabbia mentale in cui lo stesso spettatore sembra rinchiuso in continua combutta con le aspettative e i desideri non realizzati, Ali Bhatti, l’unico protagonista della rappresentazione, come un vagabondo, scaglia pezzi di sogni e di stelle a chi non crede più di potercela fare. Se la vita è un continuo viaggio senza apparente meta, pieno di impedimenti e montagne da risalire, Ali Bhatti, il viaggiatore di questo percorso interiore che è “Amido”, impara a proprie spese che il sacrificio e l’audacia ripagano sempre; anche quando non sembra.

Ali Bhatti attraversa la sua vita come si attraversa un arido deserto, senza forze e senza più luce a illuminare la strada, con le mani sporche di polvere e sangue, il suo destino sembra non poter altro che indirizzarlo alla morte. La sua vita è ormai già scritta nel paese da cui proviene, nella casa in cui è nato e cresciuto senza amore e senza cuore; un cuore, il suo, che però pulsa ancora e trema al solo pensiero di un futuro da riscrivere, di un destino da reinventare. È solo, seduto su una sedia; ai suoi piedi solo patate e amido, solo lavoro e fatica. Una radio trasmette programmi radiofonici e talvolta arrivano note musicali a risvegliarlo, nella gabbia mentale in cui è costretto. Sono note che, però, nascondono un velo di angosciante malinconia e insoddisfazione, quello da cui Ali cerca di scappare. Si fugge per amore, per il sogno di una vita migliore, ma Ali fugge per giustizia.

Nel suo paese l’immaginazione sembra non esistere, la fantasia e l’ambizione sembrano essere distrutte da guerra e fame, da convenzioni e amori che non possono essere vissuti liberamente. Ed è per giustizia verso sé stesso che Ali decide di muovere i primi passi verso il suo sogno, chiedendo al cielo una luce diversa, quella luce alla quale non è abituato, quella luce che sente di non meritare. Per giorni i suoi piedi attraversano l’Europa tra fango, pioggia e morte, scavalcando ostacoli che non aveva mai immaginato di poter superare, correndo più veloce di quanto avesse mai potuto immaginare, sognando più forte di quanto avesse mai potuto fare. Quando un treno vecchio e sporco lo porta in Italia, così, ripensa a ciò che ha perso con nostalgia ma contemporaneamente impara finalmente a immaginare, impara finalmente che la speranza è ciò che tiene in vita l’uomo: «Io volevo vivere e non me ne faccio una colpa».

“Amido” di Ali Bhatti, per la regia di Mauro Santopietro, seppure scavalcando con fatica alcune imprecisioni perché intriso di vera emozione vissuta, è interpretato con lacrime al volto dallo stesso Ali Bhatti, il viaggiatore, il sognatore. È uno spettacolo, “Amido”, che infrange le pareti del teatro per raccontare di una storia di vita vera che dobbiamo imparare ad accettare e ad ascoltare come fossimo al bar tra amici, in un incontro tra culture e background differenti che arricchiscono il cuore e insegnano a desistere alle ingiustizie della vita. Seppure con rabbia interiore, Ali Bhatti con la sua dolce interpretazione, è capace – a fine spettacolo – di far chiudere tutti gli occhi di chi è in sala e di far ricominciare a immaginare.

“Chiudete gli occhi, non barate, non morite…”

Ali Bhatti, Amido

In copertina e a corredo dell’articolo: immagini di scena della spettacolo “Amido”. Courtesy of Ufficio Stampa-Teatro Studio Uno.
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