Trasmessa su Rai Uno in quattro prime serate e composta di 8 episodi, Il nome della Rosa segue le vicende del frate francescano Guglielmo da Baskerville e del suo aiutante, il novizio benedettino Adso, nell’anno 1327 durante il loro soggiorno in un’abbazia benedettina dispersa sulle Alpi. Il frate, invitato a partecipare ad una Disputa sulla povertà apostolica tra il suo ordine e i rappresentanti del papato avignonese, si trova a risolvere l’enigma di una serie di delitti che avvengono nell’abbazia, enigma che coinvolge l’immensa biblioteca, cuore della struttura.

La serie raccoglie diversi generi (analogamente al romanzo) che vanno dal giallo allo storico, con ampi tratti filosofici. Creata e diretta da Giacomo Battiato, scrittore e redattore letterario (qualità che si nota) oltre che regista, è una produzione italo-tedesca firmata Rai Fiction, 11 Marzo Film, Palomar e Tele München che è stata venduta in 132 Paesi.

John Turturro interpreta Guglielmo, l’erudito frate con passato da inquisitore, un uomo di Chiesa, convinto sostenitore del credo francescano ma allo stesso tempo infaticabile studioso. L’abilità di Turturro è nel far trasparire l’umanità del suo personaggio che, nonostante equamente diviso tra la spiritualità e la razionalità, riesce ad essere prima di tutto umano e uomo. A prendere le vesti di Adso c’è il giovane attore tedesco Damian Hardung (divenuto famoso in patria per aver partecipato alla versione tedesca di Braccialetti Rossi) che ci trascina fuori dal mondo monacale, dando un tipico brio giovanile alla storia. Rupert Everett è Bernando Gui, vera figura storica, “l’anti-Guglielmo”, un inquisitore domenicano rigido e inflessibile.

Ad affiancare i tre protagonisti, un ricco cast internazionale composto dagli ottimi Fabrizio Bentivoglio, Alessio Boni e Stefano Fresi (irriconoscibile Salvatore grazie allo strepitoso trucco), Michael Emerson, James Cosmo e Roberto Herlitzka. Ridotta ma convincente la presenza femminile con Greta Scarano e Antonia Fotaras, “temibili” tentatrici che ci permettono di fare incursioni al di fuori del casto mondo monacale.

John Turturro e Damien Hardung, fonte: NewNotizie

Per il regista Battiato è stata “un’impresa” portare sullo schermo quest’opera mastodontica dove si mescolano “la storia, la filosofia, l’amore, il ruolo della donna, terrorismo e conoscenza” e convertire il tutto “non in una lezione, ma in azione, in immagini”. Il duro lavoro è in effetti dimostrato: la serie non ha nulla da invidiare alle grandi produzioni hollywoodiane, sia per quanto riguarda le scenografie, ricostruite a Cinecittà, che per fotografia e sceneggiatura, dove sono intervenuti, oltre al regista, l’attenzione di Andrea Porporati e la collaborazione di Turturro stesso nei dialoghi. Sono ben tratteggiate la tensione e il mistero che pervadono la storia e la scrittura ci accompagna un passo alla volta alla risoluzione del caso.

Il riadattamento si mantiene fedele allo spirito del libro: nel 2015, infatti, Eco aderì al progetto. Mentre nella prima e ultima puntata si avvertiva il ritmo trascinante che teneva incollati allo schermo (dato dalla curiosità iniziale e dall’attesa nella risoluzione del caso), questo è un po’ mancato nelle serate due e tre dove si è percepito un ritmo lento e un po’ troppo rilassato in alcuni momenti, comunque necessari per illustrare tutto il mondo e i personaggi creati dallo scrittore.

È inevitabile il confronto col film del 1986 diretto da Jean-Jacques Annaud con Sean Connery nel ruolo di Guglielmo da Baskerville: il successo della pellicola non mette completamente in ombra questa trasposizione. Nonostante gli errori storico-artistici individuati da alcuni studenti universitari, che la indicano più come un’opera fantasy poco accurata (certamente si poteva fare più attenzione a questi aspetti), la serie Rai risulta comunque un prodotto gradevole.

Voto: 🌊🌊🌊🌊🌊🌊🌊/10

 

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