In un’Inghilterra divenuta una potenza economica e industriale, prossima all’Esposizione Universale di Londra nel 1851 tra le trasparenze di vetro e ferro dell’iconico Crystal Palace, in un’epoca vittoriana costellata dalla nascita dell’io moderno, tra folla e povertà, un gruppo di artisti ha deciso di prendere pubblicamente le distanze da questa realtà veloce e confusa per rifugiarsi in un immaginario lontano, fatto di bellezza e poesia.

Dante Gabriel Rossetti, John Everett Millais e William Hunt sono i fondatori della Confraternita dei Preraffaeliti, un “cenacolo” di anime sensibili in ribellione contro le norme formali accademiche della Royal Academy, per superare il neoclassicismo e ritornare alla prioritaria esigenza di esprimere il sentimento, la bellezza nelle sue accezioni più complesse e profonde.

Dante Gabriel Rossetti, Il sogno di Dante alla morte di Beatrice, 1856. Fonte: palazzorealemilano.it

Una costante preraffaelita è proprio quella di guardare a un mondo che sembra ormai sepolto sotto le imponenti fondamenta di un’industrializzazione imminente e vorace, quello di un Medioevo spogliato dalle ombre cupe che gli sono state affidate, per risplendere nelle sue storie, nella sua letteratura e in quelle leggende immortali cantate da bardi e poeti. Ecco dunque che i soggetti dei dipinti sono proprio cavalieri e principesse, Lancillotto e Ginevra, la Beatrice di Dante Alighieri, i due amanti di Gradara, Paolo e Francesca, oltre ai personaggi delle opere di William Shakespeare.

Il mondo di quest’affascinante confraternita viene indagato con completezza e grande raffinatezza filologica dalla mostra, curata da Carol Jacobi, attualmente ospitata dal Palazzo Reale di Milano, Preraffaeliti, amore e desiderio, che porta nel capoluogo lombardo per la prima volta i capolavori della Tate Britain. Una voluttuosa e preziosa occasione per fermarsi e fare una pausa di qualche ora dalla calura estiva per immergersi in un percorso di sensualità e sottile bellezza, tra le storie e le donne che vi sono ritratte, tra i loro sguardi intensi color smeraldo e i loro lunghi capelli color fuoco e rame, le linee decise e affusolate del volto e avvolte in un’aurea di fremente desiderio.

Elizabeth Siddal nelle vesti di Beatrice (1864) per Dante Gabriel Rossetti (Tate Gallery, Londra). Fonte: Wikipedia.it

Elizabeth Siddal, Jane Burden e Fanny Cornforth, tra le altre, poetesse, anch’esse pittrici, amanti, muse, danno forma alle misteriose donne ritratte in meravigliosi abiti dagli sgargianti colori e opulenti velluti, pallide, eteree e allo stesso tempo estremamente fisiche e carnali, desiderabili e appassionate. Tra sante, donne-angelo e streghe, l’arte preraffaelita di insinua e si destreggia, profeta di un mito e di un’atmosfera che abbraccia e avvolge lo spettatore, come ipnotizzato dal protagonismo imperante di una femminilità assoluta.

Proprio di quest’ultima parla una poesia di Cristina Rossetti, Nello studio dell’artista, del 1856:

In tutte le sue tele un solo volto,

seduta stante o che cammina, sempre

la stessa donna dietro quegli schermi (…)

 

Una regina, di opale o di rubino

vestita, una ragazza senza nome

nel prato estivo, un angelo, una santa

ma è sempre lei, la stessa in ogni tela.

Ophelia, John Everett Millais, 1851, Tate Britain. Fonte: Wikipedia.it. Credits: Google Art Project

Incontriamo la malinconica e immobile Ofelia, protagonista di una tristezza universale e al contempo intima, irraccontabile, soffocata. Non c’è traccia del confuso Amleto, ma il solo silenzio di una sposa pura e afflitta che annega con le sue ricche vesti e le sue corone di fiori, in un fiume che quasi ci sembra di sentire scorrere, gelido e pacato, tra una natura accuratamente descritta e rappresentata dalla maestria e dal genio di Millais. Ci riconosciamo nel dolore che si insinua come una improvvisa pugnalata, ne Il giuramento infranto di Philip H. Calderon, in cui l’amato, incostante e crudele, promette un caldo amore a una nuova fanciulla, strappando sentimenti e speranze alla precedente sposa, appassita come l’iris ai suoi piedi. Ci imbarchiamo al fianco della Dama di Shalott nell’ampia tela di John William Waterhouse, arresa e pallida nelle sue vesti candide seduta in un’imbarcazione funebre, falciata da una maledizione crudele che l’ha privata della vita e delle sensazioni d’amore:

La tela volò fuori e fluttuò spiegata

Lo specchio si crepò da lato a lato;

“La maledizione è giunta su di me”, urlò

La Dama di Shalott   

(The Lady of Shalott, Alfred Tennyson, 1942)

John William Waterhouse, La Dama di Shalott, 1888. Fonte: palazzorealemilano.it

La mostra, tra coerenti riferimenti al design liberty e giochi di luci e ombre attraverso le finestre in stile gotico, ricreate per l’occasione, racconta l’arte di un gruppo che per oltre mezzo secolo ha raccontato un’altra Inghilterra, quella romantica e simbolista, opposta a quella cruda ed efferata descritta da Charles Dickens in Hard Times. Quest’Inghilterra lascia spazio a mito e leggenda, si nutre di essi e li rappresenta, catturando l’attenzione e il rispetto del critico più eminente dell’epoca, divenuto poi “nume tutelare” del gruppo, John Ruskin. Queste donne, tra magia e purezza, tra sensualità e dolore, si raccontano per rendere immortali storie ed emozioni umane, che si dipanano e intrecciano a una natura catturata en plein air, molto prima degli Impressionisti, una natura considerata dallo stesso Ruskin già di per se stessa un’opera d’arte creata da Dio.

 

 

Immagine copertina: Ophelia, John Everett Millais, 1851, Tate Britain. Fonte: wikipedia.it. Credits: Google Art Project

Dettagli evento

Luogo:
Palazzo Reale, Milano
Date:
19/06/2019 - 06/10/2019
Orario:
Lun: 14:30 - 19:30
Mar, Merc, Ven, Dom: 09:30 - 19:30
Gio, Sab: 09:30 - 22:30
Costo:
Intero: 12 euro
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