di Noemi Barone

È da millenni, oramai, che molti pellegrini, provenienti da tutta Italia, giungono al Santuario della Madonna Bruna, valicando un sentiero, inserito in un contesto paesaggistico molto suggestivo, che si snoda attraverso cinque percorsi.

Nell’immensità di un cielo stellato, giovani, adulti e anziani, durante alcuni giorni di agosto, migrano verso un’oasi di pace e di riposo per il corpo e lo spirito, distaccandosi dalle fatiche della realtà quotidiana. Le montagne iniziano ad animarsi al solo passaggio dei devoti viandanti, che, l’uno dietro l’altro, iniziano il loro cammino. Nel chiarore delle prime luci dell’alba, la fila di pellegrini raggiunge finalmente la cima del Monte Meta (2241 m s.l.m.), nell’Appenino abruzzese, dove si può ammirare, nel silenzio assoluto, l’infinità degli spazi, le sagome di cervi e camosci e il fascino delle volpi.

Inizia la discesa, su viottoli sassosi che conducono ad un’aerea denominata “Prati di mezzo”, dove i viaggiatori possono godersi attimi di riposo: distesi su un prato, guardandosi intorno, restano colpiti da cotal bellezza. Ritemprati, i fedeli riprendono il viaggio, senza più fermarsi, nonostante le difficoltà della tratta finale. Ecco, tra la fitta vegetazione si intravede finalmente la destinazione: la Chiesa. Essa si erge laddove, a partire dal IV-III secolo a. C., vi era un luogo di culto dedicato alla dea Mefite, divinità italica legata alle acque. Il tempio fu meta di pellegrinaggi fino all’arrivo dei monaci Benedettini, i quali si stabilirono in un monastero, attestato da un documento di Niccolò IV del 1288, sradicando in quel sito ogni forma di paganesimo per affermare il vigore della loro regola. Nel 1863 iniziarono i lavori di restauro per armonizzare parte vecchia e nuova dell’edificio. Per raggiungere questo obiettivo si iniziò ad abbattere il tempio antico per darne una nuova fisionomia: una chiesa nella natura o meglio, a conclusione dei restauri, è il paesaggio ad inserirsi perfettamente nella moderna struttura.

Intanto, la valle maestosa, circondata da splendidi faggi, si risveglia al suon delle zampogne, dei tamburi, delle voci dei pellegrini che cantano a gran voce un inno dedicato alla Vergine, al cui ritornello: “Evviva Maria, nell’ermo Canneto – un popolo lieto – evviva gridò!”, innalzano al cielo i bastoni, loro compagni di avventura. Nonostante le fatiche del viaggio, con volti lieti e commossi, giungono al Santuario, ove si inginocchiano sulla soglia e percorrono la lunga navata fino alla statua della Madonna Nera. La Vergine, in legno d’olmo, è avvolta da un manto azzurro di seta ricamato in oro e sul capo è adagiata una corona dorata, sul lato sinistro sorregge il Bambino, in legno di noce e riccamente abbigliato. Secondo gli studiosi la statua potrebbe risalire al XII o XIII secolo ed essere inquadrata nell’arte medievale abruzzese.

L’arrivo dei pellegrini, carichi di fede, non può lasciarci indifferenti e impassibili. La loro forza di spirito sembra far vibrare i cuori e le anime di tutti i presenti, sembra persino riuscire a muovere le montagne.

La sera, l’intera vallata risplende della luce di una fiaccolata animata da tutti i devoti. Al termine, sotto le stelle e la luna d’agosto, i pellegrini preparano le loro tende, ove potranno trascorrere la notte. Il giorno successivo, si recano presso le acque di Melfa, nella cui limpidezza sembra riflettersi tutto l’ambiente circostante, e qui compiono un rito antichissimo: due amici, attraversando il fiumiciattolo per ben sette volte, si promettono fedeltà e amicizia e soprattutto di tornare insieme in quel luogo anche il prossimo anno. È il momento di salutare la Madonna, i pellegrini emozionati, camminando con passi lenti e all’indietro, lasciano la chiesa e cantano: “Maria di Canneto, noi siam di partenza – tu dacci la licenza – la santa bendizion!”. Hanno affidato alla Vergine tutte le loro sofferenze, le loro speranze e soprattutto il desiderio di voler ritornare in quel luogo ameno. I sentieri ritornano a brillare della lucentezza dei volti, sudati e appagati, dei fedeli, che si apprestano a ritornare sui loro passi, nelle proprie case e dalle proprie famiglie, alle quali avranno tanto da raccontare.

Foto di Noemi Barone

Nel placido silenzio di una montagna, nel delicato vento che ti accarezza il viso, nel sorriso di un pellegrino, tu riscopri te se stesso e allo stesso tempo quel legame indissolubile tra la bellezza del creato e il Creatore.

Se vuoi, anche tu fuggire le fatiche consuete e vivere un’esperienza unica, non perdere tempo, mettiti in cammino e segui le orme degli antichi viandanti…

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