Ci sono tanti modi per viaggiare. Eleonora Sacco, viaggiatrice indomita e talentuosissima travel blogger, definisce il suo come “selvatico” per diverse ragioni. Il suo blog Pain de Route è un meraviglioso contenitore di racconti, esperienze, consigli e riflessioni a partire dalle sue molteplici esplorazioni soprattutto nei Paesi dell’Est. Dalla Mosca ai Balcani, dalla Georgia ai territori martoriati tra Israele e Palestina.

Dal 2019 Eleonora ha inaugurato i primi tour al 100% panderoutiani che si caratterizzano per la volontà di spingersi oltre, conoscere nel dettaglio e sviluppare curiosità e apertura alla diversità da parte di chi li intraprende. E da poco in libreria è arrivato il suo primo libro, intitolato emblematicamente “Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici”, pubblicato da Enrico Damiani Editore: un vero e proprio gioiello di letteratura da viaggio in cui perdersi e ritrovarsi, senza fretta.

L’approccio al viaggio e all’incontro che Eleonora Sacco sperimenta in primis e racconta attraverso la scrittura risultano davvero affascinanti e avvincenti. Il suo è un modo di viaggiare in cui si intersecano visioni e prospettive inedite. E se per certi aspetti pare di scorgere l’entusiasmo e la spontaneità di una Supertramp 2.0, dall’altra impressiona la capacità d’evocazione e immedesimazione nell’altro da sé che questa giovane autrice è in grado di suscitare in chi legge i suoi resoconti.

Ecco perché abbiamo deciso di intervistarla per voi.

Eleonora Sacco "Piccolo alfabeto per viaggiatori selvatici", Enrico Damiani Editore.

Il libro di Eleonora Sacco pubblicato da Enrico Damiani Editore. Euro 16.

Quand’è che ti sei accorta di essere una viaggiatrice? E soprattutto una viaggiatrice selvatica?

L’ho realizzato solo dopo un paio d’anni di viaggi e in particolare durante il mio primo Erasmus in Portogallo. Sentivo molto l’urgenza di “vedere” luoghi e città, ma poi nel visitarli non riuscivo ad apprezzarli se non ci univo un’esperienza o un incontro significativo. Ero appena tornata da un viaggio in Caucaso a dir poco sconvolgente e il turismo classico e tranquillo non mi soddisfava più. Forse era un calo di adrenalina, o forse stavo semplicemente capendo chi ero. A una maggiore chiarezza verso le mete che mi interessavano di più si è aggiunta la certezza dello stile di viaggio. Selvatico, appunto, basato sulle esperienze e sugli incontri.

Eleonora Sacco

Eleonora Sacco, viaggiatrice, travel blogger e scrittrice.

Il tuo libro è al tempo stesso un’opera di narrativa di viaggio e una sorta di prontuario sui generis per viaggiatori. Ci sono esperienze, etimologie, storie e consigli pratici. Come mai questa scelta “ibrida”?

L’idea del libro come raccolta alfabetica l’ho avuta a diciott’anni, tornata dal primo viaggio in tenda e autostop nelle Cicladi. Con il tempo, all’esperienza si è unita indissolubilmente la storia di molte persone che ho incontrato. Per il semplice fatto che queste persone spesso provengono da Paesi ignorati dai media occidentali, le loro voci non hanno ascolto. La mia missione personale da qualche anno a questa parte è dare una giusta attenzione, riconoscere il valore e la bellezza di certe vite, luoghi, situazioni. Allo stesso tempo, però, mi sembrava mancasse un lato onesto, concreto e meno letterario. Qualcosa che fosse anche in linea con la mia esperienza di blogging su Pain de Route, che è nato nel 2015 proprio per dispensare consigli pratici e creare un piccolo archivio gratuito su destinazioni poco battute. Così abbiamo inserito le schede “Viaggia bene”, che sono una naturale risposta a molte domande che sorgono leggendo certi racconti e che, da sempre, tante persone mi chiedono: se è pericoloso fare autostop, quali app scaricare per le mappe online, come funziona CouchSurfing eccetera.

Quanto alle etimologie, è un gioco nato quasi per scherzo su Instagram e che ha riscosso un successo inaspettato. Sono curiosità e aneddoti che ho perlopiù studiato all’università sui libri di linguistica storica o che ho scoperto per caso in viaggi, chiacchierate, dizionari etimologici o ricerche su internet. Visto l’entusiasmo con cui le persone hanno accolto un argomento di cui non si parla quasi mai, ne ho studiate alcune che potessero integrare i racconti ma con un tono leggero e non accademico, permettendo anche un viaggio tra parole e ambiti semantici lontanissimi. Alcune etimologie riguardano proprio le parole dell’indice alfabetico, altre ne integrano alcuni aspetti. Per ogni singola radice proto-indeuropea citata si potrebbe scrivere un intero trattato! In realtà, l’effetto che volevo ottenere è rivelare anche a chi non mastica questi argomenti quanto le lingue siano stratificate storicamente e geograficamente. Quanto siano vicine tra loro, ricche di legami. Basta immergersi un pochino sotto la superficie.

Hai viaggiato in 58 paesi ma credo che l’Asia centrale e i Balcani siano i tuoi luoghi del cuore. È così?

Sono “nata” nei Balcani per come sono ora, grazie all’effetto sconvolgente che Sarajevo ha avuto su di me e su molte altre persone: una nuova vista sul mondo, in senso letterale. Anche se poi negli anni li ho frequentati via via sempre meno – l’urgenza era spingermi più lontano, sempre più lontano -, sono un tipo di Europa culturalmente ibrida e vibrante che mi piace e mi ispira. Benché molte lingue siano simili tra loro, in realtà nei Balcani si nasconde un’enorme diversità culturale, etnica e geografica. Per questo vale la pena tornare e tornare.

L’Asia Centrale è stato il lato più indomito, nomade e selvaggio che abbia mai incontrato. Quando in certe aree veramente remote non ho trovato villaggi con fognature, acqua corrente in casa o bagni degni di questo nome per settimane, ma allo stesso tempo non mancavano monumenti sovietici a bordo strada e il prezzo della benzina era simile a quello dell’Italia, ho capito che di quell’area enorme, grande come tutta l’Unione Europea insieme, non avevo proprio capito nulla.

Gli incontri in Asia Centrale sono magici, leggendari. La commistione di Oriente e Occidente è fluttuante, sfuggente. Al tempo stesso, la caratteristica unica di queste terre è che grazie alla lingua russa è facile entrare in sintonia con le persone, ascoltare le loro voci, capirle, rimanerci in contatto una volta tornati a casa, usando una lingua che è più loro che nostra. Le persone apprezzano e si stupiscono e questo crea una premessa incredibile alla buona comunicazione.

Il libro è strutturato per parole chiave, ognuna delle quali evoca un’esperienza di viaggio. In un certo senso, fa eccezione “Quarantena”. In quel brano c’è una considerazione molto profonda, filosofica direi, sul significato del viaggiare. Lo descrivi attraverso “due elementi fondamentali che non hanno nulla a che vedere con lo spostamento o con l’incontro di nuove culture: l’essere padroni del proprio tempo e la novità del contesto”. Come hai vissuto il periodo del lockdown?

L’ho vissuto un po’ come un eremitaggio nella casa in campagna, dedicandomi moltissimo all’orto. È stata un’esperienza rigenerante e un vero viaggio attraverso un’attività nuova ma che appartiene alle mie radici. È in quel momento che ho capito che la meta è in un certo senso secondaria. Quello che veramente ci stupisce e lascia i migliori ricordi è il modo in cui viviamo le nuove esperienze o gli incontri: il processo o la diversità di approccio.

Per vivere un viaggio serve il tempo di assaporare le cose, qualunque esse siano. E occorre un elemento nuovo che ci stimoli pensieri freschi e ci regali un punto di vista leggermente diverso. Correndo, dovunque si stia andando, non si vive e non si lascia il tempo alle cose di accadere. Tutto questo me l’hanno insegnato le scoperte incredibili che ho fatto passando moltissime ore tra insalate, fagiolini, ravanelli, asparagi e la loro incredibile ma tenace lentezza.

Spesso racconti di situazioni pericolose e talvolta anche al limite: hai rischiato la vita più volte, insomma, e non lo nascondi affatto. Quanto conta per te questo aspetto? Lo consideri fondamentale per chi vuole davvero viaggiare e non semplicemente “andare in vacanza”?

Conta molto per l’insegnamento che mi ha dato, che è tra i più preziosi mai avuti, ma ovviamente non per l’esperienza in sé. Non è un qualcosa di cui vantarsi o con cui sentirsi migliori di altre categorie di viaggiatori- sempre, poi, che ce ne siano davvero. Piuttosto, è un qualcosa capace di insegnarci visceralmente, voglio sperare in maniera indelebile, i confini del nostro corpo e delle nostre possibilità, la nostra psicologia e quella delle altre persone. Auguro a ogni lettore del libro di ricevere questi insegnamenti nella vita, se possibile da una situazione non pericolosa. Il pericolo fa parte del viaggio, in misura più o meno grande, a seconda dei luoghi e delle situazioni, e bisogna esserne consapevoli. Ci sono rischi che vale la pena correre e rischi che non vale la pena correre. Nel rispetto di sé stessi e degli altri, ognuno faccia le sue scelte.

A proposito di perigli e di rischi, tra le altre cose, sei vice presidente dell’associazione ricreativa culturale “Viaggio da sola perché”, una community di donne che viaggiano in solitaria ma fanno rete tra loro. Secondo te, c’è ancora una sostanziale differenza, in termini di pericolosità, tra viaggiatori e viaggiatrici?

Sarebbe naïve negarlo perché, sì, c’è una differenza, anche se si sta assottigliando sempre di più. Influiscono sulla sicurezza il Paese in cui si viaggia, i tassi di criminalità e l’emancipazione delle donne del posto. Nei Paesi dell’Est il retaggio sovietico o comunista ha inciso moltissimo sull’emancipazione femminile. In molti luoghi che ho visitato è assolutamente normale vedere una donna che viaggia e si gestisce da sola, facendo quello che le pare. In Paesi dove le donne stanno affrontando più resistenza all’emancipazione è un po’ più facile incappare in episodi spiacevoli, di molestia o anche solo di discriminazione. Mi è capitato troppo spesso in India, dove alcuni uomini fanno finta di non sentirti quando parli, non ti considerano o ti trattano con sufficienza solo perché sei una donna.

L’arma migliore però per me è sempre lo studio e l’informazione, per cercare di capire e rispettare il più possibile la cultura locale. Partire preparate sapendo quali rischi si potranno correre ci prepara mentalmente e concretamente. Detto ciò, il singolo episodio di cronaca ha un impatto sulla nostra percezione della sicurezza molto più negativo di quanto non dicano i dati statistici reali. Con le dovute eccezioni, il mondo è molto più sicuro di quello che pensiamo e la maggior parte delle persone sono di grande aiuto in caso di difficoltà. In generale, salvo qualche attività più estrema, non mi sono mai sentita effettivamente limitata a fare qualcosa solo perché donna e quindi più esposta a rischi. Sì, sicuramente in certi contesti lo sono, ma a un certo punto tra paura e voglia di esplorare una delle due deve prevalere.

Considerando la situazione attuale, in che modo credi che cambierà – se cambierà – il nostro modo di viaggiare? Quali potrebbero essere le strategie da mettere in atto per rendere quest’esperienza più sostenibile anche da un punto di vista ambientale?

Ho paura a sbilanciarmi in previsioni, dal momento che è tutto così fluttuante. Questa domanda scoperchia questioni annose e rognose. Dall’impatto ambientale dell’industria dei trasporti aerei – non sostenibile, ma ci sono altre industrie nel mondo che inquinano molto di più e meno “condannate”- e del turismo in generale al privilegio di una mobilità internazionale senza limiti e confini, che amiamo ma che solo una fetta di mondo fino a pochi mesi fa poteva permettersi. Una tendenza che forse cambierà con una progressiva diffusione dello smart working sarà la possibilità di viaggi-soggiorno per periodi più lunghi e meno di “fuga”, verosimilmente in luoghi più vicini. Forse, e lo spero davvero tanto, assisteremo a una crescita del traffico ferroviario a discapito di quello aereo, perlomeno per le distanze brevi ed evitabili. E magari anche a una politica di prezzi più popolare e meno esclusiva da parte delle ferrovie italiane.

Immagine in copertina e a corredo dell’articolo: ph. Eleonora Sacco.
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