Inizio dicendo chiaramente di non andare a Caracas se non spinti da un motivo molto forte ed avendo gli agganci giusti in città.

La mia volontà di andare è stata irremovibile solamente perché in Venezuela vivono ancora mia nonna e mia zia, mentre il resto della famiglia, originaria di Caracas, si è già spostato in Colombia.

Ph. M. Layla Napolitano

Sono partita con mia sorella la mattina dell’8 marzo, con un volo diretto Bogotà-Caracas, su un aereo stanco e poco affollato che serve questa tratta due volte a settimana. All’arrivo siamo state accolte da un aeroporto fantasma: non ci era giunta la notizia che dalla sera precedente mancava l’energia elettrica in tutto il Paese e, a quanto pare, nemmeno il personale di bordo ne era al corrente. Non potendo agganciare il racconto di passaggio dei viaggiatori verso l’aeroporto, l’organizzazione del brevissimo trasporto con la navetta ci è costata una lunga attesa in cui osservavamo perplesse uomini e macchine muoversi in tondo fra le piste, come per impiegare il tempo in una formale agitazione senza scopo.

L’aeroporto era silenzioso e cupo, pullulante di militari ed illuminato internamente da qualche rara e fioca luce dell’impianto di emergenza. Pur sempre meglio dello scenario apocalittico che ci avrebbe offerto la domenica sera, ore di coda per l’emigrazione in una stanza senza aria condizionata e a tratti completamente immersa nel buio, in cui al momento del nostro turno abbiamo dovuto far luce noi con la torcia del cellulare all’impiegata che registrava a mano i nostri dati.

Ad attenderci all’uscita c’era un ragazzo con cui eravamo in accordi da qualche giorno, uno dei pochi giovani rimasti in una città popolata per lo più da anziani.

-“Che cosa fai qui a Caracas?”

– “Sopravvivo.”

– “E come lavori?”

-“Così, faccio da tramite.”

È impressionante il numero di venezuelani che in questi anni sono emigrati nella contigua Colombia per sfuggire alla morsa di un Paese senza prospettive. Ho parlato con molti di loro e tutti hanno ancora il Venezuela nel cuore, molti sognano di tornare, pregano Dio ogni giorno per la pace. Si riconoscono dall’accento e spesso da braccialetti, collane e tatuaggi con la bandiera venezuelana: nonostante tutto rivendicano fieri le loro origini.

Sono buoni lavoratori se ne hanno la possibilità, sono stuoli di bambini che vendono caramelle e chiedono l’elemosina, sono gruppi di giovani artisti di strada che si ingegnano con passione per attrarre i turisti, suonando, ballando e vendendo i loro manufatti. A Santa Marta, in Colombia, ho visto il gruppo di ballerini di strada più giovane e bravo che abbia mai incontrato: un’esplosione di energia e sorrisi, ma anche, passato il cappello, l’esplosione del coro contro Maduro, il  presidente del Venezuela.

È stato un grido che ho sentito spesso nei miei tre giorni a Caracas, fra le persone esasperate che camminano per strada. Nel buio le pentole venivano sbattute con veemenza per manifestare il dissenso (lo chiamano “cacerolazo”) ed ogni tanto si sentiva uno gridare a squarciagola: “MADURO!” ed un coro di passanti rispondere all’unanimità con un insulto, sempre lo stesso, che a quanto pare ormai ha passato i confini…

Ph. M. Layla Napolitano

Già solamente il viaggio in auto dall’aeroporto alla città mi ha riempito di una strana malinconia; nella metropoli in decadenza l’unica silenziosa ribellione mi era sembrata quella della natura, che offriva al sole fiori coloratissimi e le voci dei pappagalli. Sembrava tutto rimasto in un tempo sospeso, ovattato, lontano, in cui gli enormi cartelloni pubblicitari che sovrastano i palazzi non erano stati incrostati dalla ruggine. La sensazione di abbandono era ovviamente acuita dalla mancanza di energia elettrica che si rifletteva nella chiusura di quasi tutti gli esercizi commerciali, anche di giorno. Sì, perché a Caracas per colpa dell’inflazione si è costretti a utilizzare mazzette di banconote persino per comprare una birra, così per aggirare il problema dei contanti si utilizza la carta. Carta che non funziona senza elettricità, un problema grave che passa in secondo piano mentre si riempiono secchi e pentole per accumulare in casa l’acqua prima che si esaurisca definitivamente quella pompata dall’impianto condominiale. Entrando in uno dei pochissimi negozietti aperti mi si è offerto lo stesso scenario che avevo visto nei telegiornali: intere corsie vuote, pochi prodotti disponibili ma un curioso folto assortimento di rum. Sono molti i prodotti difficili da reperire, fra cui lo zucchero o il caffè o il cioccolato, per non parlare delle medicine. Prima della partenza mia sorella ed io abbiamo riempito i nostri zainetti di cose da portare che ci avevano affidato i nostri familiari: quella che mi ha impressionato di più è stata un pacco di plastica di ceci disidratati. Mia zia aveva chiesto proprio dei ceci, un bene di così scarso valore in Italia; mentre lo rigiravo fra le mani mi è sembrato l’emblema della criticità della situazione in cui vivono ora i venezuelani. Il Venezuela non era il quarto mondo, i miei cugini lì hanno studiato all’università, mia zia utilizzava l’asciugatrice per i panni, quella che :“funziona ancora, ma adesso arriva un voltaggio della corrente troppo basso per farla partire.” Eppure ho visto con i miei occhi la coda infinita davanti alla pompa di benzina o ad un supermercato per comprare la farina di mais; spesso, quando dopo ore si riesce ad entrare, quello che si desiderava è già terminato. Ho visto le persone scendere verso un rigagnolo nero della città per cercare dell’acqua. È una povertà che fa divellere le lapidi tombali per rivenderle, quella di Caracas.

Ph. M. Layla Napolitano

Il giorno dopo il nostro arrivo, sabato 9 marzo, era stata convocata da Guaidò la manifestazione dell’opposizione al governo. La luce tornava a scatti per poi riandarsene, le linee telefoniche erano mute, i mezzi di trasporto fermi. Non potevamo che concordare con le persone intorno a noi sul fatto che non sembrasse una casualità la concomitanza della manifestazione e della difficoltà di spostarsi e comunicare. Abbiamo visto comunque uno sciame vestito di giallo, rosso e blu andare verso i punti di incontro della marcia. Si vestono con i colori della bandiera: anche chi ha perso tutto, mentre protesta per un Paese libero dal giogo del governo di Maduro, lo fa indossando i colori della patria, che rappresentano un amore per la propria terra che non si può ricondurre ad uno schieramento politico né ad un sentimento di estremo nazionalismo. Il rosso, il giallo e il blu, con quelle sette stelle bianche, sono del popolo che ancora lotta e che spera, che resiste, che va a manifestare anche se è vecchio e stanco. Mia nonna mi ha raccontato che dalla casa di riposo sono molti a partecipare alle marce; una signora di 91 anni che vive con lei, pur non riuscendo a fare tutto il tragitto della manifestazione, va sempre a piedi almeno fino al punto raccolta per fare numero e far sentire la sua voce. Chissà che rivoluzione se qui anche solo una manciata di noi avesse questa forza.

Ph. Isabel K.

Abbiamo passato moltissime ore senza luce, ma la sera del nove, dopo la manifestazione, cresceva in silenzio l’angoscia. In sala in quattro intorno ad una candela che si consumava velocemente, senza poter sapere che cosa stesse accadendo fra le strade, ingurgitate da una città nera che risuonava del rumore dei botti, cresceva l’insicurezza sulla possibilità di poter realmente riuscire a partire il giorno successivo. Era difficile tenere alto l’umore, guardando mia zia e mia nonna si stringeva il cuore al solo pensare di lasciarle in quella situazione di precarietà che sarebbe potuta continuare per un tempo indefinito. La candela più grande si è spenta in fretta: il cero bianco aveva uno stoppino di tre centimetri, ma a quanto pare è una piccola truffa affatto nuova. E pensare che una candela nei giorni del black out era arrivata a costare 20 dollari.

Alla fine siamo state fortunate: l’attesa della partenza nell’aeroporto è stata sfinente, ma il nostro aereo è stato l’unico verso Bogotà che non è stato cancellato. A viaggiare con noi una moltitudine di anziani e bambini piccoli, a testimoniare che chi può ancora scappa ed anche le categorie più deboli sono talmente sfinite da arrendersi e provare a ricominciare dopo un difficile trasferimento in un altro Stato.

La sensazione di impotenza non ha spento la generosità e le reti di solidarietà fra i cittadini, che si scambiano i prodotti che riescono a recuperare. L’ abbiamo sperimentato sotto forma di arepas e di un dolce preparato dalla vicina di 85 anni, per farlo assaggiare a me e mia sorella. Si è scusata mille volte perché non aveva in casa lo zucchero di canna per fare il caramello ma, che lo dico a fare, quelle palline di yucca sarebbero state comunque la cosa più buona del mondo.

-“Abuelita…”

-“Yo me defiendo.”

Caracas resterà queste parole per me.

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