Tutti sognano almeno una volta nella vita di prendere e partire, assaporare la libertà con un’auto in mano percorrendo tutti quegli orizzonti che siamo così tanto abituati a vedere, su grandi e piccoli schermi. Il road trip è infatti un sogno comune, fattibile ovunque nel mondo, ma che pensando agli Stati Uniti diventa più forte, più epico, più leggendario, forse per via di tutto quello che da sempre abbiamo sentito a riguardo. Girare gli Stati Uniti d’America, senza una destinazione precisa, assaporando quel senso di libertà generato dal nome di quei luoghi.

Ebbene sì, anche io, come gran parte della mia generazione, non vedevo l’ora di prendere e partire alla scoperta degli USA. Era l’alba dei miei ventisei anni e, uscendo da un periodo difficile, l’unica cosa che desideravo fare era viaggiare lontano e se possibile vivere una vera avventura, di quelle che ti fanno sentire viva. Attraversare la costa Ovest degli States mi sembrava una buona idea.

Così cominciò la mia avventura, con qualche risparmio messo da parte, un volo low-cost diretto a San Francisco, amici in attesa del mio arrivo e un’auto pronta per noi. Nessuna meta precisa, solo la consapevolezza che per tre settimane potevamo andare ovunque ed assaporare (o sfatare) ogni mito e cliché americano giunto fino a noi, nel Vecchio Continente.

Comunque a conti fatti bisogna confessarlo: l’emozione di mettere piede in California, dopo averla sognata per anni, è qualcosa di indescrivibile. La sensazione è quella di conoscere perfettamente quei luoghi, ma la sorpresa di esserci per davvero e di poter toccare con mano propria ogni “americanata” prende il sopravvento, donando una particolare euforia, che diventa la compagna più fedele per tutta la durata del Road Trip.

Arrivai a San Francisco, dopo un volo concluso nella più totale confusione a causa delle turbolenze (a quanto pare tipiche) al di sopra della Sierra Nevada, “lievemente” distrutta dal jet-lag, e da quel momento iniziò il viaggio vero e proprio. Rimasi affascinata dalla città: i suoi grattacieli, il Golden Gate Bridge, la piccola Chinatown, i chioschi di hot dog ovunque, decine di leoni marini sotto al sole in riva al mare. Era una favola che si avverava. Raggiunsi i miei compagni di viaggio in un piccolo b&b nei pressi di Oakland, che mi dissero essere terza in classifica tra le città più violente degli USA (“cominciamo bene!” pensai) e mi ritrovai immersa in un attimo nel classico mondo delle serie tv americane: un quartiere stra colmo di casette in legno colorate, tipiche di San Francisco figlie di quel tipo di edilizia frequente negli USA. Le persone riempivano le strade, ovunque, di una multietnicità che a primo impatto può sconvolgere, chiaramente una questione d’abitudine. In effetti la cosa che può più destabilizzare inizialmente è il numero di persone per strada, in qualunque ora del giorno e della notte. Nonostante un po’ di ostilità iniziale, si dimostrarono però gentili, disponibili, spesso bizzarre, ma benevole nei confronti degli stranieri.

San Fransisco

Al contrario di quello che si potrebbe pensare, girare in auto è il modo più pratico e semplice per visitare questi luoghi; trovare motel o b&b in cui dormire inoltre è facilissimo. La vita non è cara, assaggiare la dieta californiana si rivela un’esperienza unica. Dopo aver ritirato l’auto (una scelta importante da fare, per stare davvero sicuri durante tutto il viaggio e quindi goderselo senza pensieri, bisogna affidarsi a persone serie. Noi abbiamo prenotato il tutto tramite il servizio di EasyTerra, il migliore oggi in circolazione. Partimmo con una buona scorta di acqua e cibo alla scoperta della Death Valley.

Viaggiare su quelle grandiose autostrade si è rivelato più facile del previsto, una volta capito il cambio automatico delle loro auto, e i tanti nomi delle località sui classici cartelli verdi che sfrecciavano a bordo strada tenevano compagnia, mentre, in senso contrario, camion dalle dimensioni enormi mai viste ci illuminavano a intervalli regolari. Sembrava di stare in un film. Le stazioni radio furono un’altra scoperta divertente: in base a quale città passavamo vicini durante il tragitto in autostrada, la radio si sintonizzava su una frequenza sempre diversa, una per ogni città, e con una qualità del segnale alquanto scarsa. La musica country fu sempre presente, donando quel tocco in più a tutto il viaggio.

Ovviamente, durante un road trip in America, è d’obbligo fermarsi a cenare nei Diner. Niente di più tipico e vero. Per gli americani è una cosa normalissima, ma per noi che abbiamo legato al Diner ogni tipo di ricordo da film, libri e serie tv, scoprirne l’estetica e i menù per la prima volta, è un’esperienza indimenticabile. Il primo sulla nostra strada fu il Black Bear Diner, in cui mangiai il più buon hamburger della mia vita fino ad allora, una goduria infinita. Il tutto osservati da un grosso orso nero impagliato vicino ad un jubox lampeggiante continuamente in funzione.

On the Road

La stanchezza si fece sentire finalmente e nel buio più totale, dopo ore di guida alla ricerca del grande “Deserto della Morte”, ci fermammo a dormire lungo la strada. Fu un’alba bianca incredibile a svegliarci, dopo una notte di euforia passata a festeggiare l’inizio del nostro viaggio. Lo spettacolo che ci attese fu mozzafiato. Eravamo già nel deserto senza saperlo, completamente circondati dalle montagne, che il buio ci aveva celato, con la sola compagnia di qualche cactus. Da lì cominciò la scoperta vagabonda di canyon, valli, monti e oasi. Gli orizzonti scorrevano veloci lungo le strade che attraversavano rettilinee le enormi distanze di uno dei deserti più famosi al mondo.

Cosa che con stupore si rivelò in realtà abbastanza comune fu il passaggio attraverso piccole cittadine completamente abbandonate (o quasi). Vere e proprie città fantasma. A seguito dell’evoluzione tecnologica che toccò tutte le maggiori città d’America, queste, che invece erano rimaste rilegate nei meandri desertici, vennero progressivamente abbandonate. Isolate sotto ogni punto di vista comunicativo, le persone rinunciarono alla loro casa per trasferirsi in luoghi in cui internet arrivava, ma soprattutto in cui la rete dei cellulari era presente. Tecopa era una di queste. L’unico telefono funzionante si trovava nell’ufficio postale, sola attività aperta, vicina ad una chiesa e all’unico bar della zona, dove una gentile coppia gay che gestiva il locale ci raccontò di come oramai queste ghost-town erano la casa di qualche pensionato soltanto, o qualche giovane avverso alla tecnologia.

Death Valley

Usciti dal deserto e dalle sue desolate cittadine la nostra meta era Las Vegas. Unica regola: non restare per più di due notti (una precauzione necessaria alla nostra salute!). Percorremmo in tutta la sua lunghezza la Strip e visitammo i casinò più famosi. Che dire: vincere alla roulette puntando sul proprio numero preferito fa un certo effetto! Cambiai tutte le fiches vinte al Bellagio, ma una da 5 tornò a casa con me. Quale regalo migliore si può fare di una fiche che chiede solo di essere rigiocata al tavolo da cui è venuta? Di Las Vegas manterrò il ricordo di una folle notte, caotica e rumorosa, tra locali dal dubbio gusto, personaggi ambigui e ludopatici seduti ore alle slot machines, urlatori svitati alla ricerca di attenzione in mezzo alla strada, grattacieli megalomani e sfavillanti in mezzo ai sassi del deserto. La città che non dorme, mai. Ti rintrona e ti spinge all’eccesso. Sembra sfruttare ogni tua energia fino all’esaurimento. Le luci non vengono mai spente, la musica non si ferma mai, la gente non ha voglia di tornare a casa. Eppure in mezzo a tutta questa vivace festività si fa strada un sentimento di disperazione. Fu sicuramente una scelta saggia non rimanere un’altra notte, per non restare inghiottiti da un paese dei balocchi studiato per tentare (e spesso rovinare) gli adulti.

Las Vegas

Recuperate le energie rubate ripartiamo alla scoperta di altri parchi nazionali. È incredibile quanto gli Stati Uniti stiano avanti con l’organizzazione e la protezione delle loro riserve. L’amore rivolto ad esse è tangibile e si manifesta in tutte le cure e le attenzioni che gli vengono rivollte, agevolando i visitatori e organizzando al meglio ogni iniziativa. Gli americani adorano i campeggi e passare il weekend in tenda con la famiglia e amici, tutto è studiato per aiutare chi vuole provare questa esperienza. Con in mano le nostre mappe ci addentrammo in un National Park dopo l’altro, alla scoperta delle sue meraviglie: Red Rock Mountain National Park, Deserto del Mojave e le sue dune Kelso, Joshua Tree National Park. Questo ultimo mi toccò particolarmente.

Il Joshua Tree National Park è un deserto molto particolare: le sue rocce sono levigate dal vento da milioni di anni e assumono forme dolci e arrotondate. Sembrano finte. Queste sono accompagnate dagli alberi di Yucca, un albero tipico del luogo denominato l’albero della vita dagli abitanti nativi americani. I suoi esemplari secolari sono semplicemente stupendi. Nel silenzio interrotto solo dal vento, dominano la zona.

In bilico sull’orlo di un precipizio rimasi senza fiato: guardando la faglia di Sant’Andreas dall’alto delle montagne fui colta da un sentimento di totale impotenza di fronte alla natura. Mentre la nebbia bassa si interpose tra noi e le montagne lontane, il tempo sembrò fermarsi. Raramente le persone si fermano ad osservare il magnifico paesaggio che il mondo ci dona, nascosto lontano dalle nostre case. Questo è gran un peccato.

USA Desert

Ebbi l’impressione che l’americano medio, con a disposizione tutto quell’aiuto per ritrovarsi solo faccia a faccia con la natura, fosse più fortunato di tutti coloro che sono invece stipati nelle grandi metropoli in giro per il mondo. La vita frenetica di ogni giorno ci allontana dalla natura, e non fa bene al nostro animo. Sarei rimasta forse giorni, settimane, mesi…in quel luogo, mi sentivo a casa. Il deserto può fare questo effetto, forse perché riesce in qualche modo a cullarti. Ma il viaggio doveva andare avanti e fui costretta a partire, portando con me un ricordo magnifico, fatto di luce e rumore del vento.

A quel punto del viaggio si pose davanti a noi la scelta se proseguire verso San Diego prima di recarsi a Los Angeles, o andare dritti all’ultima tappa del viaggio. Vinse la prima, fortunatamente. San Diego è la metropoli che più ho amato in California. Al confine con il Messico, la città domina la sua baia affacciandosi sul Pacifico. Una città colorata, profumata, piena di palme, con tanti quartieri diversi, caratterizzati da uno stile architettonico moderno che si mescola allo stile coloniale messicano. Osservare l’Oceano lungo le spiagge di Mission Beach completava finalmente il quadro generale californiano: un lungomare luminoso con giostre e locali, fatto di una spensieratezza allegra, ma anche di tanta povertà, là dove lo sguardo non arrivava. Le periferie di ogni località erano senza pretese, formate da casette in legno, baracche e roulotte. Ci si passava davanti velocemente senza fermarsi. A volte il contrasto tra ricchezza e povertà si faceva molto forte.

Dopo aver mangiato il vero cibo messicano per il quale stetti male 24 ore, partimmo risalendo la costa e, raggiunta la città delle luci, approfittammo di una partita dell’NBA per assaporare una volta per tutte la tipica domenica americana.

Los Angeles non ci accolse nel migliore dei modi: rumorosa, trafficata e affollata. Ma assistere alla partita tra Miami Heat e Los Angeles Clippers in compagnia di birra, nachos al formaggio e pop corn dolci fu divertentissimo. L’atmosfera ci catturò subito, tanto era contagiosa, e d’un tratto diventammo parte del pubblico, urlando e scuotendo il ditone gigante colorato. Ci recammo in seguito ad Hollywood, più per dovere turistico che per piacere, a contare le stelle sui marciapiedi, assistendo però al degrado più totale. Come tanti in effetti ci avevano raccontato, il quartiere ha da tempo perso il suo fascino iniziale. Sarà che l’epoca della grande Hollywood sta volgendo al termine, sarà che la zona attira tanti homeless alla ricerca di spiccioli e attenzioni, ma recarsi a passeggio in quel gran viale luminoso non è stata una grandissima esperienza. La tristezza mi pervase ancora di più quando seduta su una panchina, mangiando un pezzo di apple pie, l’uomo di colore in attesa del bus accanto a me mi raccontò i suoi guai. Nonostante l’americano incomprensibile capii bene di cosa stava parlando: viveva nei ghetti ai confini della città, tra le più popolose d’America, dove la polizia non osava nemmeno entrare e sono le bande a governare. La gente cerca di sfuggire dalla desolazione dell’entro terra e si reca a Los Angeles sperando di realizzare il proprio grande sogno…ma il più delle volte finisce nella miseria: senza una vera casa, senza un lavoro, solo in mezzo ad altre persone sole. Fu molto dura farmi piacere Los Angeles da quel punto di vista.

Los Angeles

Il nostro ultimo giorno in California fu accompagnato da una pioggia fitta e leggera, sotto un cielo plumbeo. Non l’ideale per visitare Venice Beach, ma la curiosità vinse e dopo una colazione a base di caffè americano e pancakes sommersi da sciroppo d’acero (nulla a che vedere con quello che si trova in Europa) visitammo i bei vialetti che si alternavano ai piccoli canali, tra le case milionarie di quel famosissimo quartiere. Eravamo arrivati alla fine del nostro viaggio e le palme verdi che si stagliavano sullo sfondo grigio del cielo non trasmettevano un gran senso di benessere. Fu veramente difficile lasciare la Costa Ovest, la tristezza stava prendendo il sopravvento. Il tempo era volato ed era arrivato il momento di tornare a casa. Come sempre in un viaggio, bisogna prima o poi pensare al ritorno, inesorabilmente, ti aspetta dietro l’angolo. Il fatto poi che un’avventura sia stata, sotto ogni punto di vista, epica, rende le cose ancora più difficili. Ma forse è questo l’animo del Road Trip.

Goderlo a pieno, attimo dopo attimo, senza mai pensare alla fine. Quando questa giunge, riprendersi, e pensare al prossimo viaggio, che potrebbe rivelarsi non solo vacanza, ma un’esperienza di vita.

Il viaggio in strada è questo: un continuo vagabondare tra città, natura, persone, cibi, rumori. Inoltrarsi d’un tratto, senza protezione, in un altro mondo. Entrare in contatto con le diversità superando le proprie paure. Individuare i propri limiti e cercare di superarli. Prendere piena consapevolezza di quella travolgente libertà che si ottiene guidando dove si vuole. Ma sapersi anche fermare, e ascoltare il silenzio della solitudine quando l’auto si ferma.

 

Photo credits: Morgana Angélique Forconi
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