Ci siamo alzati all’alba, siamo entrati in macchina e da un paesino dell’Abruzzo abbiamo iniziato a percorrere una strada tutta curve. In poco tempo un cartello marrone posto sul ciglio della strada ci annuncia l’ingresso nel Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga. Attraversiamo piccoli centri abitati, alternati a lunghi tratti di strada asfaltata che si inerpica sui rilievi abruzzesi. Nel bagagliaio, gli zaini pieni di acqua e provviste si spostano ad ogni curva, ad ogni tornante. In un’oretta scarsa siamo a Campo Imperatore: una distesa enorme si distende davanti a noi e, come sempre, ci accoglie, allo stesso tempo, ospitale ma provocatoria. I tetti delle macchine scintillano sotto al sole e, con essi, il tetto dell’osservatorio astronomico. Parcheggiamo, indossiamo gli scarponi, ci mettiamo gli zaini in spalla e il cappello in testa e partiamo.

Corno Grande del Gran Sasso
Fonte: wikipedia.org

Guardiamo dal basso il nostro obiettivo. Non sappiamo se arriveremo in cima, ma la sfida è intrigante: non ce ne curiamo troppo e ci uniamo al corteo di scalatori, più o meno esperti, che iniziano l’ascesa. Alcuni armati di bacchette da montagna e scarponi, altri con le scarpe da ginnastica e i bermuda, alcuni con zaini enormi sulle spalle, dai quali pendono corde, guanti e caschetti, altri ancora già con la fotocamera in testa e una risata sul volto. Il brecciolino sdrucciolevole iniziale non è incoraggiante, ma sappiamo che è solo il tratto iniziale.

Veduta panoramica di Campo Imperatore innevato visto dall’alto
Fonte: wikipedia.org

Un percorso di una mezz’oretta lungo un sentiero a strapiombo sul versante di un iniziale rilievo più modesto ci conduce all’ampia vallata che ci appare davanti appena superato l’ultimo sperone di roccia: una distesa irregolare di un verdeggiante prato appenninico. Abbiamo davanti a noi almeno un’oretta di strada in pianura, che ci consentirà di raccogliere le energie prima di affrontare la vera salita. Al primo bivio abbiamo già visto gruppetti meno audaci dirigersi verso il rifugio più vicino, al secondo, invece, i più esperti prendono la “Direttissima”, il sentiero più impervio che in poco tempo conduce direttamente alla vetta. Noi seguiamo la “Via Normale”, incerti, però, se distaccarcene appena raggiunto lo snodo per la “Via delle Creste”, poco più avanti.

Veduta dall’alto della Via Normale che conduce alla vetta del Gran Sasso
Fonte: wikipedia.org

La giornata è iniziata con un bel sole, adesso, però, delle nuvole iniziano a fare capolino da dietro i profili delle montagne più basse. Volgiamo di sfuggita lo sguardo alla vetta: è avvolta da una coltre di nubi. Speriamo che si dissiperanno prima del nostro arrivo. Ci prendiamo una pausa per bere un po’ d’acqua, ammirare il paesaggio che ci circonda e mangiare un quadratino di cioccolata fondente. Decidiamo di indossare il k-way: non fa più così caldo e un vento leggero sta iniziando a soffiare.

Dopo un paio d’ore dalla partenza, si apre sotto di noi la gola del ghiacciaio perenne del Calderone. Un affaccio naturale a strapiombo su questa meraviglia naturale posta tra i 2.650 e i 2.850 metri sul livello del mare ci permette di cogliere insieme la potenza e la fragilità della roccia nuda scavata dall’incessante azione del ghiaccio e della sua forza distruttrice. Una lingua bianca e gelida, brillante sotto il sole, infatti, si allunga verso valle: seguendone il contorno, con il pensiero torniamo per qualche minuto di nuovo al momento della partenza; quando, ai piedi della salita e del primo dislivello da coprire, guardavamo verso il percorso che ci accingevamo ad intraprendere, allo stesso tempo affascinati, terrorizzati e impazienti.

Corno Grande del Gran Sasso, Parco Nazionale del Gran Sasso e dei Monti della Laga
Fonte: wikipedia.org

Ancora qualche passo e ci siamo. Gli alpinisti più esperti che ci hanno superato durante l’ascesa ci accolgono con un sorriso, un saluto, chi più chi meno empatico, un’offerta di scattarci una foto. Intorno a noi molto di loro hanno già finito il proprio panino: il pranzo in vetta è una delle ricompense più attese, oltre, ovviamente, alla soddisfazione della sfida vinta e alla meraviglia di fronte allo spettacolo che ci si staglia davanti. Dicono che nei giorni più limpidi, da qui, dalla vetta, sia possibile ammirare in lontananza, all’orizzonte, la linea azzurra del Mar Adriatico a Est e quella del Tirreno ad Ovest. Siamo ad agosto ma, purtroppo, non siamo fortunati quanto avremmo sperato: il cielo è coperto e non riusciamo a distinguere molto di quanto si trova oltre i profili degli altri rilievi che ci circondano.

Osservatorio astronomico del Gran Sasso, posto ai piedi del sentiero che conduce alla vetta
Fonte: commons.wikipedia.org

Il tempo di goderci il nostro panino, scattare qualche foto, firmare sul libro posto sotto la croce e cominciamo la discesa. Soddisfatti dell’impresa, non sentiamo la stanchezza. Ormai guardiamo alla macchina come il traguardo ultimo, ma l’idea di visitare l’Osservatorio ci intriga… forse sarà quella l’ultima tappa prima di riprendere la strada di casa.

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